Pur rappresentando un asset storico per il territorio italiano oggi la frutta a guscio soffre di una mancata programmazione ultradecennale, che ha portato a necessità di importazioni massive in particolare da Oltreoceano.
Per tutti i prodotti si registra un deficit della produzione nazionale rispetto al fabbisogno interno e ciò spiana la strada all’importazione. Per questo sui banchi di vendita troviamo nocciole turche, cilene, georgiane e azere, pistacchi dagli Usa e Iran, mandorle da Usa e Spagna, noci da Spagna e Usa e castagne da Turchia, Portogallo e Spagna.
Tutto ciò si traduce in importazioni per circa 1,4 miliardi di euro all’anno e un pesante passivo della bilancia commerciale dell’Italia che ammonta a circa 700 milioni di euro. Fonte: freshpointmagazine.it
Il tema non è strettamente economico ma va visto con un’ ottica “circolare”. Importazioni significano stoccaggio, necessità di conservazione e di abbattimento di agenti patogeni (e.g. micotossine), trasporti, consumo di idrocarburi lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, etc.
L’impronta ambientale generata dalla domanda italiana non è trascurabile, pur avendo la potenziale autonomia produttiva per coltivazioni storicamente seguite sul territorio italiano.
Sorprendente infine è la questione strettamente alimentare: diversi studi (e.g. Ricerche cluster top down Vagemas – Sardegna) hanno verificato per cultivar italiane valori di oli essenziali superiori al 60% in termini di contenuto. Valori difficilmente riscontrabili su prodotti importati.
Il mercato è il mercato, ma le scelte più o meno consapevoli sono una responsabilità del consumatore finale.